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Una grigliatura sciatta

giu 28, 2010   //   by Filippo Giardina   //   blog  //  No Comments

Vinicio era uno splendido bambino di undici anni, con dei favolosi occhi azzurri appena coperti da ciocche di capelli biondi che colavano su di un viso carico di una rara dolcezza.
Sorrideva sempre e contagiava grandi e piccini con la sua naturale allegria.
Uno dei passatempi preferiti di Vinicio era andare a trovare suo padre Attilio al bar dove lavorava come barista.
Aveva una vera e propria passione per i tramezzini, e rimaneva incantato dalla maestria con la quale papà Attilio ogni giorno li preparava.
Un giorno funesto, durante la consegna di un vassoio di tramezzini al “Circolo dei Primati” di via Senofonte, papà Attilio, a causa di un banale starnuto, rovesciò il vassoio riducendo quei deliziosi tramezzini in mille pezzi.
Si rese subito conto che da lontano due occhi lo stavano osservando: erano quelli di suo figlio Vinicio, che nel vedere quell’olocausto di tramezzini scoppiò a piangere.
Papà Attilio non aveva mai visto il figlio piangere e quella scena lo fece morire di crepacuore, all’istante.
Vinicio guardando il corpo di suo padre riverso e esanime sopra quei tramezzini spappolati rimase in un attonito silenzio, e il dolore fu così devastante che gli occhi e i capelli gli diventarono di un colore più nero della pece.
Quel silenzio durò molti anni, durante i quali Vinicio non proferì più alcuna parola.
La madre Adelina, terrorizzata, prontamente lo portò dal dottor D’Azeglio, un rinomato medico di Chiesa In Valmalenco che, intuità la gravità dell’incidente, lo sottopose a una avveniristica terapia a base di pesche sciroppate e maionese per fargli riacquistare la parola.
La terapia sarebbe dovuta durare otto anni ma, dopo soli sette anni, Vinicio diede incoraggianti segni di miglioramento, riuscendo addirittura a scandire con disinvoltura la lettera r.
Questo illuse il dottor D’Azeglio che si potessero bruciare le tappe e lo spinse a preparare il banchetto legittimo reale che avrebbe dovuto restituire la parola al povero ragazzo.
Organizzò un pranzo luculliano a base di tramezzini, con un antipasto di tramezzini, una lasagna di tramezzini e un pollo di tramezzini arrosto con contorno di tramezzini grigliati.
Alla tavola apparecchiata di tutto punto sedevano: Vinicio, sette notai bergamaschi, mamma Adelina, il dottor D’Azeglio e due minorenni lesbiche che non smisero di baciarsi per un istante.
Vinicio nel corso della cena riprese fiducia e cominciò prima a fare dei rutti, poi pian piano ad articolare delle sillabe, poi uscì la prima parola, poi un’altra, fino a che sembrò che volesse recuperare in una sola giornata quei sette anni di silenzio.
Ritornò biondo con gli occhi azzurri e mamma Adelina fu così contenta che per la gioia abbracciò il dottor D’Azeglio fino quasi a togliergli il respiro.
Ma purtroppo, proprio mentre Vinicio stava alzando al cielo in segno di vittoria l’ultimo tramezzino, forse a causa di una grigliatura sciatta, si frantumò in mille pezzi.
L’immagine del tramezzino sbriciolato rievocò quella di papà Attilio e nel silenzio tombale della tavolata Vinicio iniziò a sputarsi sulle dita.
Con pazienza certosina cominciò a riunire i mille frammenti del tramezzino incollandoli con la saliva, mentre le lacrime continuavano a sgorgargli dagli occhi.
Le lacrime si fermarono solo quando riuscì a ricomporre perfettamente il tramezzino in tutte le sue parti.
Ce l’aveva fatta, lo aveva aggiustato.
Dopo essersi asciugato il volto e con la fierezza nel cuore, Vinicio strappò la sua carta d’identità, freddò con uno sguardo i notai, mandò un bacio alla madre, sorrise al dottor D’Azeglio e con le due minorenni in braccio annunciò che da quel momento in poi avrebbe vissuto in clandestinità.
Fece perdere le sue tracce, ma per anni si susseguirono voci di mitomani che sostenevano di averlo visto in ogni angolo del pianeta.
Divenne il terrore di tutti i baristi del “tramezzino del giorno dopo” e l’idolo di quelli del pane in cassetta morbido e fresco.
Le leggende narrano che nella sua vita riparò oltre un milione di tramezzini e uccise più di trecentomila baristi rei di non averli buttati a fine giornata.
La sua fama si diffuse rapidamente e passò alla storia come L’aggiustatore di tramezzini.
Morì a San Bernardino in California il 15 maggio del 1940 e da quel giorno in suo onore i tramezzini non vennerò più serviti nella tradizionale forma quadrata ma in quella triangolare.
Una forma triangolare, per ricordare la V di Vinicio, l’uomo che sacrificò la sua esistenza per dare dignità ai tramezzini.